LO SCRITTORE

GLI INIZI

Spesso mi domandano: quando hai iniziato a scrivere? L’immaginario collettivo è persuaso che un bel giorno ci si alzi illuminati da una necessità o da una vocazione urgente di carattere letterario. Per me si è trattato di una sequenza di forti flash, di potenti impressioni che hanno acceso un motore interno. Se da un canto non ricordo una data fatidica, dall’altro ho ben chiaro che la scrittura ha pilotato la mia mano sulla pagina bianca fin dall’infanzia. Attività tenuta in sordina, non dichiarata ai genitori, per una sorta di pudore e di legittima difesa. La mia innata inclinazione alle fantasticherie, alle riflessioni immaginifiche, all’osservazione dei comportamenti umani e dei fenomeni naturali, ha dovuto dotarsi di un mezzo idoneo a raccogliere questo mondo tanto affascinante quanto sconvolgente, di cui ero interprete e custode esclusivo. Iniziai con diari, ‘versi’, brevi racconti, descrizioni di luoghi, atmosfere e tipi. Vivevo questo fervore nella certezza dell’illecito, perché frutto di letture eclettiche, estese o contrapposte agli obblighi scolastici, segno distintivo della mia anomalia rispetto ai coetanei…

L’INFANZIA A TRANA

I periodi più significativi della fanciullezza e adolescenza li associo ai mesi estivi, quando la famiglia si trasferiva in villeggiatura a Trana. La nostra casa, affacciata sulla piazza del paese vecchio, compresa tra il municipio e le due chiese, il terrazzo ombreggiato dalla vite rampicante e il giardino immerso nel verde dei noccioli e dei castagni, guardano la valle del torrente Sangone e risuonano del suo incessante mormorio. Sull’altra sponda incombe la montagna segnata dalla vasta cicatrice della cava di pietrisco. La torre dell’antico castello, i boschi e le quinte teatrali della luce stimolavano in me forti contrasti, desideri di fuga e senso del limite. Di qui la civilizzazione, il ferreo polso paterno, le regole sociali, di là il lato selvaggio, il dio Pan, lo struggente alternarsi delle stagioni. Ognuno di noi conserva dentro il suo luogo dell’anima infantile.

A Trana frequentai fin da bambino il migliore amico di mio padre, il pittore Edgardo Corbelli (Torino, 1918-1989 – il quale ebbe a maestro, tra gli altri, il grande Oskar Kokoschka). Quest’uomo colto e anticonformista contribuì molto alla mia ‘altra’ educazione. Corbelli aveva studiato medicina ma, laureando, fu costretto a partire in guerra. Ufficiale dei bersaglieri non giurò per la Repubblica Sociale e fu internato nei lager, ne uscì sconvolto e malato, abbandonò l’università per dedicarsi interamente alla pittura. Ricordo i pomeriggi nel suo giardino, quando Edgardo dipingeva ritratti di villeggianti, mentre il figlio Alessandro, a me quasi coetaneo, studiava i rudimenti del canto (oggi è baritono di fama internazionale). La musica lirica riempiva quello spazio odoroso di frutta matura, mentre Luisa, moglie dell’artista, burbera e roca fumatrice dava ripetizioni di latino e greco a torpidi studenti, me compreso. Molte volte accompagnavo Corbelli, portando la cassetta di legno con i colori a olio e il cavalletto, in passeggiate lungo i sentieri collinari intorno a Trana, gli sedevo accanto mentre dipingeva, nel ruolo di giovane allievo, raccogliendone estasiato le confessioni di filosofia adulta.

Questa amicizia impensieriva mio padre, lo preoccupava l’influenza sulla mia personalità. Ho sempre giocato con i colori, soprattutto l’acquerello, cercando di capire se erano in grado di esprimermi al meglio. Nella gara tra gli appunti scritti, pagine del diario o dell’epistolario e la pittura, hanno sempre vinto i primi.  Senza dubbio Corbelli per me ha rappresentato la figura di mentore. Nel mio caso anche i libri hanno giocato il ruolo di mentori, in alcuni carsi costituendo un vero momento di iniziazione. Trana, in quelle estati, era frequentata da altri personaggi interessanti, tra i quali ricordo lo scrittore Carlo Fruttero, nel pieno della maturità e del successo. Allora Alessandro Barbero, era un occhialuto intelligente bambino che trascorreva le vacanze sulla sponda opposta del torrente, a Rivafredda.

L’EVOLUZIONE TORINESE

Se Trana e la Valsangone hanno rappresentato per gli anni della prima formazione, ‘il lato selvaggio’, Torino è a tutti gli effetti la città dove si è sviluppata la mia storia adulta. Il fondo per così dire naturale in cui sono cresciuto ha lasciato spazio alla strutturazione metropolitana. Un tempo gradivo impregnarmi di sensazioni di strada e la curiosità mi ha condotto a esplorare integralmente Torino. Da anni riverbera in me piuttosto che fuori da me: si è trasformata in scenografia interna, soggetta a un continuo lavoro di reinterpretazione emozionale e artistica. Che è sempre avanzato sul doppio binario della regola professionale e dell’espressione artistica. Vivo in centro città e oggi non sceglierei l’esilio scomodo e idillico della campagna. Un tempo la pensavo esattamente al contrario: anelavo un ‘altro luogo’, immerso nella natura, mondo della nostalgia originaria. Questa perdita, ha generato in me una nuova forma di fantasia che va a recuperare memorie into the wild in cui ambientare storie letterarie generate da esperienze profondamente metropolitane.

Il severo maestro delle elementari, Attilio Vai, un volto che nella metamorfosi del tempo ho spesso associato, vista la somiglianza del volto, a una specie di ‘mio’ Klaus Kinski, ci leggeva pagine di Palazzeschi, Papini, Sciascia, Buzzati, Guareschi, Silone, spronandoci a scrivere descrizioni di personaggi a noi noti, dal cameriere al barista, dal giornalaio alla portinaia, dal medico all’ingegnere. Amavo quei temi e restano l’unico ricordo vivo di quel livello di studi. Più tardi, al liceo, incontrai un altro personaggio decisivo, il professore di italiano e latino. Don Porrino non era certamente cordiale, anche se dotato di arguzia nella sua legnosa riservatezza di razza contadina. Uscivo sempre dal tema proposto, per tale motivo mi appioppava un 3 o un 4, ma sulla pagella finale trovavo 8 o 9. Bella storia. Alla maturità scelsi il titolo di storia dell’arte, analisi dal romanticismo al contemporaneo. Noi eravamo giunti al Canova, per cui nessuno o quasi si avventurò nell’impresa. Scrissi ventiquattro pagine, trattando anche il dadaismo e la Bauhaus. Niente male, da bocciare su due piedi. Superai l’esame, ma l’azzardo non fu gradito alla commissione. La faccenda, rievocata dopo 45 anni, mi fa ancora piacere, come un gesto di fionda contro la lampadina della scuola. Durante il liceo imparai a leggere. Per conto mio, andando a cercare ciò che mi serviva. Le letture scolastiche appartenevano a un’altra categoria, obbligatoria e pertanto antipatica. Tenevo diari e scrivevo lunghe lettere agli amici e alle fidanzate, trattando i temi come fossero racconti. Il mio costante tormento, fin da allora, era di trovare il mio stile. Assorbivo dai grandi autori una specie di invito alla sfida, misuravo la loro altezza e in qualche modo mi pareva che mi indicassero una via. Era una questione privata, tra me e loro. Ci parlavamo. Mi sentivo un umile allievo, con ambizione al duello. Molto romantico, non c’è che dire. Tutti i miei amici e le mie amiche hanno sempre avuto a che fare con questa mia ossessione della scrittura. Ho frequentato il liceo classico presso l’istituto salesiano Valsalice. Semiconvittore, ero costretto fino a sera nelle rigide abitudini del collegio. Astuta operazione di argine alla mia esuberanza messa in atto dai genitori all’epoca delle grandi lotte studentesche, che con alta probabilità mi avrebbero trascinato dentro in maniera protagonista. In collegio incarnavo la parte del ribelle in gabbia, mi sentivo in effetti sequestrato in galera e come tale mi comportavo. Dopo la maturità non avevo idea chiara di cosa fare. Una notte di quell’estate, seduto su un muretto di pietra nella piazza di Trana, conversavo con uno studente di ingegneria che mi aveva dato a suo tempo ripetizioni di matematica (materia a me ostica come nessuna altra) parlando del senso delle scelte e della vita. Non so come, ma non per caso, lui aprì in me una visione rivelatrice, tanto che ricordo ancora quel momento. Quindi mi iscrissi alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Mi trovai nel mare tempestoso della contestazione universitaria, in aule traboccanti giovani inquieti e intelligenti, ma dove ogni mattina era una lotta continua per trovare posto a sedere, le lezioni un complicato slalom tra assemblee, picchetti, cortei, cancellazioni e trasferimenti.

Ero affascinato e stordito e capellone. Intanto scrivevo, dipingevo, facevo foto e le sviluppavo e stampavo nel bagno di un amico. Per avere qualche lira in tasca mi prestavo a lavoretti occasionali. La mia antica insofferenza alla scuola, l’intolleranza verso l’autorità degli adulti, rappresentata dai modi dei docenti, con i quali non sono mai riuscito a comunicare, la voglia di libertà dai vincoli (retaggio del collegio, ma probabilmente anche anteriore) mi impedì di entrare a far parte del movimento studentesco. Nervoso, impaziente, d’umore altalenante, sensibile come un cavo elettrico scoperto alle critiche e alla non considerazione, m’inventai un sentiero diverso, parallelo, sostanzialmente originale. Non è stato semplice gestire queste due anime. Ricordo che, a 21 anni, studente universitario, vagheggiavo l’idea di una fuga scapigliata. Durante l’estate del 1976, all’acme di questa inquietudine, bruciai sulla sponda del Sangone tutto il materiale fino ad allora scritto. 
Anni in cui si viveva venti ore al giorno, il riposo era un disonore. Ed eccomi anche a trasmettere rara musica psichedelica in una radio libera di Torino.

IL MEDICO, L’AMORE E LA SCRITTURA

La scrittura ha consentito che riuscissi a esprimere appieno la mia sensibilità, rivelandosi man mano come autentica vocazione: di questo percorso mi restano robusti epistolari, diari, versi, quaderni di viaggio, racconti, romanzi, drammi teatrali. Dopo la laurea iniziai a lavorare, mai smettendo di scrivere e frequentare ambienti artistici. Erano anni in cui faticavo a trovare una strada precisa sia in ambito sanitario che in quello affettivo. Forse neppure la cercavo. In quella terra di nessuno incontrai la donna che in seguito divenne mia moglie, self-made woman, manager dell’azienda sanitaria in cui prestavo la mia opera. Cominciammo a frequentarci, spinti dalla curiosità delle differenze, lei razionale e metodica, io esattamente il contrario. Durante il primo incontro in un dehors di piazza Carignano, era un venerdì pomeriggio, le raccontai una storia letteraria che avevo in mente. Nacque una specie di sfida. Lei se ne andò per il weekend con il suo fidanzato, io mi chiusi a scrivere e andai avanti senza interruzione fino all’alba del lunedì. Mi recai quindi al lavoro in uno stato di esaltazione mentale, terminato il quale le consegnai in lettura un dramma teatrale in tre atti e sei scene (La zona del ghiaccio perduto, tuttora inedito). Tanto per capire l’approccio, la prima lettera che le scrissi era di settanta pagine a stilografica. Questo fa parte del mio modo di avvicinare le persone. Iniziammo a frequentarci collaborando sul piano artistico. A ogni gita insieme le regalavo acquerelli con scritture. Lucia domò il puledro scalpitante. Sempre rispettandone la natura creativa e guidandomi saggiamente nelle scelte professionali. Su suo consiglio mi iscrissi alla scuola di specializzazione in Medicina del Lavoro e conseguii il diploma. Quindi entrai in ruolo presso il reparto di Medicina Preventiva e del Lavoro dell’ospedale Molinette.  

Grazie a Lucia, nel 1986 pubblicai un libro con miei testi scritti a penna stilografica e acquerelli dell’amico Pier Tancredi De-Coll’ (allora disegnatore delle vignette calcistiche su LA STAMPA e STAMPA SERA): Femmes, Donne elettriche. L’introduzione è di Gianni Versace e il volume libro fu presentato alla Palazzina Reale di Stupinigi nel corso della serata di gala con sfilata dello stilista milanese a favore dell’A.I.R.C. Associazione Italiana Ricerca sul Cancro. Intanto il mio interesse verso lo studio della medicina psicosomatica mi portò a frequentare corsi e seminari internazionali, a conseguire diplomi e ad allargare l’attività in questo campo, che tuttora rappresenta il mio modo particolare di seguire i pazienti.

IL PERFEZIONAMENTO

Nel 1997 conobbi Elena De Angeli, editor di fama nazionale, detta la ‘zarina della letteratura italiana’. Formatasi nell’ambito della casa editrice Einaudi, collaboratrice di Adelphi, Mondatori e Feltrinelli e altri editori, amica e editor personale di Elsa Morante, Paolo Volponi, Pier Paolo Pasolini, Alberto Arbasino. La De Angeli era dotata di un particolare fiuto da talent scout, ma occorreva superare il severissimo vaglio del suo giudizio. Mesi prima ero riuscito a sottoporle in lettura alcuni scritti. Era il gennaio del 1997, quando mi convocò   casa sua per il fatidico verdetto. Con il suo sguardo gelido e indimenticabile venne subito al dunque: ‘Il materiale è buono. Se vuole continuare la via letteraria non può dedicare solo ritagli di tempo. Faccia le sue scelte, scriva nuovi racconti, poi si ripresenti e potremo lavorare insieme’. Era il punto di svolta. Detto fatto. Con il sostegno di mia moglie, mi dimisi dalle Molinette. Salto nel vuoto, non avevo un editore alle spalle. Mi buttai forsennatamente nel fuoco sacro della scrittura, stupefatto ed entusiasta di poter consacrare mezza giornata alla letteratura. Entro quell’estate produssi una decina di brevi romanzi, circa settecento pagine in buona stesura. Mi recai di nuovo dalla De Angeli, eccitato di presentarle il risultato di quei mesi. Lei sfogliò le pagine, mise la mano sul plico, mi fissò con il suo sguardo celeste e mi congedò con le seguenti parole ‘Ora è pronto per un grande romanzo. Lo scriva e torni’.

Mi sembrò che il mondo vacillasse. Avevo abbandonato la carriera ospedaliera, nell’autunno era nato mio figlio Andrea, il lavoro letterario appena concluso sotto gli occhi smarriti, senza prospettiva editoriale, lontano dal mondo come non mai, esposto alla pura incertezza. Non sapevo da che parte ricominciare. Accadono poi fatti straordinari, che sembrano offerti dal destino. Durante quella estate ricevetti in dono da una amica che viveva a Londra uno strano libro dal titolo Collected writings of Edward Bach. Lo lessi in spiaggia, mentre facevo il papy sitter al bambino. Trattava di un medico inglese anticonformista, guaritore con il metodo dei fiori. Apparentemente non mi toccò e lo archiviai come una delle tante letture assortite che avevo in corso. Ma all’inizio di settembre mi rimisi a scrivere e dalle pagine bianche scaturì una vena rigogliosa e felice. A fine anno avevo terminato la prima stesura di un romanzo che avrebbe segnato la mia vita. Il titolo originale, a quel tempo, era Il paradiso dei rospi. Per circa un anno e mezzo rimaneggiai l’opera, lavorandoci in circa dieci successive stesure, sotto l’attenta guida della De Angeli. A quel punto occorreva un editore…

Premio Bancarella, 50ª Edizione

Dopo varie vicissitudini con agenti, mia moglie riuscì a strappare il contratto con Piemme e il romanzo L’uomo che curava con i fiori venne pubblicato nel 2001.
Sempre grazie all’impegno di Lucia, che allora incarnò per mio conto le vesti di agente letterario, nella primavera 2002 il romanzo fu inserito dai librai italiani nella rosa dei sei finalisti del Premio Selezione Bancarella (tra i quali figuravano John Le Carré, Jan Rankin e Gisbert Haefs). Il 20 luglio, a Pontremoli, contro ogni prognostico che dava favorito Le Carré, il libro fu proclamato vincitore del Premio Bancarella, 50ª Edizione. A seguito di tale successo affrontai una appassionante tournée italiana, ricca di oltre cento presentazioni pubbliche.

Sull’onda del successo, circa 45.000 copie vendute, nel 2003 uscì il libro Il fiore dell’omeopata – tre romanzi brevi, sempre a cura delle Edizioni Piemme. Questa raccolta attingeva dagli scritti che avevo preparato nel 1997 per la De Angeli e furono da lei stessa editati. Si tratta di pura narrativa e non, come indurrebbe l’equivoco del titolo, di saggi di medicina alternativa. L’uomo che curava con i fiori e Zolfo, acqua e le stelle, furono messi in scena dall’attore Mauro Avogadro e dalla sua compagnia nell’ambito del Teatro Stabile di Torino. La mia attività di scrittura continua ad essere viva e ha trovato espressione su più ambiti che vanno da quello medico scientifico, a quello letterario. Costantemente ho pubblicato saggi, articoli e introduzioni a libri. Lo spirito e la modalità del mio operare tra scienziato e umanista è ben descritta, per esempio, nel libro Il codice Del Piero di Roberto Piga (Mondadori), dedicato al noto campione di calcio. 

L’autore e medico Federico Audisio di Somma e Alex Del Piero insieme

Nel 2006, fin dalla sua fondazione, ho iniziato la collaborazione con Il Circolo dei Lettori di Torino, tuttora in corso. In questa attività ho coniugato l’amore per la scrittura a quello della lettura non solo dei grandi e dei classici, ma anche degli esordienti che hanno dei valori da comunicare. Il Gruppo di Lettura è infatti rivolto all’editoria indipendente.

0 Condivisioni
Show Buttons
Hide Buttons